A metà. Storie tra Italia e Albania.
[Anno 2002, durata 38']
Essere e sentirsi a metà. Cercare di costruirsi una vita "funzionante" e "funzionale" in una terra non tua, ma necessariamente tua. Vivere a metà tra la voglia di sognare e la necessità di fuggire. Vivere a metà tra quello che tu sai della tua vita e quello che il mondo che infastidito ti ospita si ostina a non voler sapere della vita non solo tua, ma di tutti i tuoi ignari compagni di viaggio.
Questa è la condizione del migrante che i protagonisti di questo film raccontano lungo le strade diverse e intrecciate delle loro migrazioni tra l'Albania, terra vicina e nascosta, e l'Italia, terra di ospitalità e ostilità.
Per conoscere queste storie abbiamo viaggiato anche noi autori, tra Padova e Valona, realizzando un film che anch'esso non poteva che porsi "A metà".
In questo documentario raccontiamo la storia di alcuni figli delle migrazioni tra Albania e Italia
Il percorso narrativo scelto per raccontare la complessità delle storie di migrazione tra Italia e Albania è quello di far scorrere le interviste lungo un unico immaginario viaggio di emigrazione e ritorno.
E' come se stessimo descrivendo il viaggio di una sola persona che decide di lasciare Valona, arriva in Italia, attraversa giorni, mesi o anni di avventure, difficoltà e soddisfazioni e che poi, per volontà o costrizione, ritorna a Valona dove ricostruisce la sua vita. Questa persona però non esiste in quanto tale, ma è "composta" dalle vite, dai pensieri, dalle emozioni e dalle storie dei nostri otto personaggi. Ilion è partito per caso, Albina per raggiungere la sorella. Arian ha vissuto in Italia con grande sacrificio e fatica, ma anche con fortuna e successo, Albina dopo anni di fatica è diventata imprenditrice e ha portato in Italia tutte le cinque sorelle e la madre rimasta vedova. Arian è tornato per aprire una falegnameria con il padre e oggi ha otto dipendenti, Aurel è tornato solo per poter ripartire con regolari documenti. Un viaggio complesso di andata e ritorno che non esclude nuove partenze, nuovi viaggi e nuove speranze.
La linearità del percorso è sottolineata anche dalle tappe del viaggio di noi autori, da Valona a Padova e ritorno: una migrazione artistica attraverso cui raccontare e quasi condividere storie di cittadini albanesi e dei loro viaggi.
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Scheda tecnica
Durata: 38 minuti
Formato: Mini DV
Co-produzione: Ufficio Progetto Giovani .- Comune di Padova
Centro Giovanile di Valona
ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà
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MATERIALE DI APPROFONDIMENTO
I personaggi
ALBINA (Padova), 29 anni
Ballerina del Teatro di Stato a Valona fino al '90 e figlia di un ufficiale vede tutti i suoi sogni svanire con la fine del comunismo. Il padre viene licenziato è lei non può più ballare. Dopo mesi di indecisione si mette a lavorare come cameriera, mette via i soldi necessari per un passaporto falso e parte per l'Italia. Vive e lavora nella provincia di Padova, passando da un pub all'altro sempre in nero. Nel '97 con la sanatoria si mette in regola e conosce Carlo, imprenditore italiano. Oggi è sposata con lui, ha un figlio, ha aperto un'azienda a suo nome collegata a quella del marito e ha portato la madre e le cinque sorelle a Padova. Il padre è stato ucciso nei disordini del 1997.
ARIAN (Valona), 35 anni
E' stato in Italia dal '92 al '96. Viaggio con tre navi di fortuna, aiutato da pescatori, in Italia compra un passaporto falso bosniaco e ottiene lo status di rifugiato Lavora in Basilicata e a Milano come falegname. Torna a Valona e apre una falegnameria che ha oggi otto dipendenti
Intervistato all'interno della sua falegnameria nella zona artigianale di Valona.
AUREL, 24 anni
Da cinque anni è in Italia, ma per la prima volta vi sta entrando regolarmente. Racconta come e perché.
Intervistato in traghetto tra Valona e Brindisi.
ILION (Padova), 34 anni
E' uno dei diecimila del grande esodo. Dal '91 in Italia ha sempre lavorato come elettricista, ma non è mai riuscito a sposarsi con un'italiana. Così si è sposato con una valonese ed è riuscito a farla venire a Padova.
Intervistato nel suo appartamento nella periferia padovana.
FATMIR (Bologna), 40 anni
Regista cinematografico. Lo abbiamo incontrato a Bologna alla prima in Italia del suo nuovo film "Tirana Anno Zero", un film che racconta i modi e i perché dell'emigrare degli albanesi. Ci ha detto quali sono le sue idee e cosa è secondo lui importante capire e raccontare.
Intervistato nella hall dell'albergo di Bologna e durante la presentazione e proiezione del suo film.
VALBONA (Padova) 24 anni
Arrivata a Padova da Scutari quattro anni fa per studiare, non c'è riuscita per motivi economici. Si è rimboccata le maniche e ha iniziato a lavorare. Oggi vive con altre quattro ragazze (due albanesi, una rumena e un'italiana) e lavora come parrucchiera. Fidanzata con un ragazzo italiano, all'inizio pensava di voler tornare, ma oggi non più, perché è troppo cambiata rispetto alle sue amiche di Scutari.
Intervistata nel negozio di parrucchiera dove lavora.
L'idea
Dopo l'esperienza di "Ka Drita?", film in quattro parti sulla vita e il pensiero a Valona, gli autori del Centro Giovanile di Valona e quelli del gruppo toniCorti di Padova hanno dato vita ad un nuovo progetto di "video-cooperazione", la cui idea centrale è stata quella di lavorare fino in fondo sul principio e sulle pratiche della reciprocità. Nell'affrontare, infatti, il tema del racconto, ovvero le storie di migranti tra Albania e Italia, la scelta è stata quella di attraversare i territori e i modi della migrazione e di leggere la migrazione innanzitutto come percorso individuale ma anche collettivo di scambio ed interazione. Per fare ciò i quattro autori hanno deciso di costruire una propria migrazione da Padova a Valona e ritorno (o, nella logica della reciprocità, da Valona a Padova e ritorno), vivendo in prima persona l'esperienza del viaggio e costringendosi nello stesso tempo a conoscere gli aspetti del fenomeno a loro più lontani: i due autori italiani hanno conosciuto le storie di chi, emigrato in Italia, è tornato in Albania per ricominciare o per fuggire, e i due autori albanesi hanno incontrato le vite di concittadini che hanno deciso di rimanere (o di provare a rimanere) in Italia per costruire o per dimenticare.
E' in questo percorso di reciproca scoperta che si colloca l'intenzione di superare il muro di ignoranza o di distanza che è insita nell'idea di sguardi intolleranti o compassionevoli, che vedono nelle migrazioni percorsi comunque esterni alla propria società e ancor più alla propria individualità. E' esterno per l'Albania chi va a vivere in Italia: lo spazio politico e strutturale concesso al contributo degli emigranti è molto spesso vincolato solo alla sua forma economico-privatista e non come apporto sociale e comune allo sviluppo del Paese. Ed è esterno per l'Italia chi viene dall'Albania: la sua presenza è incanalata in spazi e territori di marginalità e sfruttamento o, nel migliore dei casi, di pietà, e non è quasi mai vissuta come occasione di scambio e conoscenza utile allo sviluppo del Paese.
E' per questo che raccontare le migrazioni attraverso un percorso che va al di là della mera produzione video, è stato pensata come pratica, sia pur piccola e localizzata, di superamento della "transizione", ovvero di quella logica che, in cambio di un futuro "certamente migliore", tende a relegare i cittadini dell'Albania (come di molti altri paesi non ricchi) al poter scegliere solo tra l'attesa o la fuga e che consiglia ai cittadini dell'Italia di alternare in modo utilitaristico le scelte di razionale accoglienza e di necessaria espulsione.
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Articolo pubblicato su CARTA
ABBIAMO INCONTRATO B. sul traghetto Valona-Brindisi, esattamente a metà del nostro lavoro. Una giornata terribile, di vento, pioggia e mare grosso: intere famiglie di emigranti albanesi impallidite e accartocciate dalle onde dell'Adriatico, bottiglie e bicchieri del piccolo bar andati in frantumi e l'equipaggio turco disorientato e tutt'altro che rassicurante. Oltre a tre valenti militari italiani di ritorno da una delle numerose missioni balcaniche, B., Elidon ed io sembravamo essere gli unici tre naviganti non soggetti al mal di mare. È per questo che abbiamo iniziato a chiacchierare ed è così che abbiamo conosciuto B., il 25 novembre scorso, sulla Hermes, nave battente bandiera panamense, che effettua il servizio di traghetto ufficiale tra Albania e Italia, tra Balcani ed "Eurolandia". Per noi era un viaggio in nave, per B. era il viaggio in nave: prima di quel giorno B. era venuto in Italia solo via scafo e quindi semplicemente da clandestino.
"Sarà emozionato, il giovane B. - pensavo all'inizio della chiacchierata - Sta per entrare in un paese che non conosce bene, in un paese che ha potuto vedere solo di nascosto. Sarà emozionato, il giovane B..." pensavo, e poco dopo, invece, capisco di essermi sbagliato, di aver reagito da banale e ingenuo spettatore televisivo. B. conosce meglio di me l'Italia, la sua mentalità, le sue strutture sociali, le sue maglie legali e i suoi bisogni economici: vive a Pesaro da cinque anni e a Pesaro da cinque anni lavora tutti i giorni otto ore come falegname in una piccola azienda che produce pezzi di mobili per una multinazionale svedese. Da cinque anni prende uno stipendio di un milione e 200 mila in nero e, a Pesaro, da cinque anni vive in un appartamento insieme ad altri tre connazionali, di cui uno solo è in regola, ma tutti lavorano come operai nelle cave di marmo, antica lavorazione artigianale pesarese oggi affidata a mani straniere e preferibilmente clandestine.
Nel novembre del 2000, B., consapevole della propria maturata anzianità di lavoro e dei meccanismi di legge vigenti, chiede al proprio datore di lavoro [quello di Pesaro, non certo la multinazionale svedese] di concedergli un contratto e di collaborare con lui in modo legalmente non del tutto corretto [ma d'altronde B. sapeva bene che nei quattro anni precedenti nel loro rapporto di corretto c'era stato ben poco], per organizzare a norma di legge una chiamata di lavoro dall'Albania all'Italia, o meglio da Valona a Pesaro. Nel dicembre 2000 il datore di lavoro accetta ed è lui a seguire, a nome del padrone e quindi ancora una volta rigorosamente da clandestino, tutte le pratiche con l'Ufficio di Igiene, l'Ispettorato del lavoro e la questura, i cui funzionari visitano con attenzione il luogo di lavoro e l'abitazione in cui B. avrebbe dovuto risiedere dopo il suo regolare arrivo in Italia.
Sono tutte operazioni che richiedono molti mesi, per la precisione otto: periodo in cui il futuro regolare lavoratore rimane diligente in attesa di poter iniziare a guadagnarsi da vivere e in cui B. ha invece continuato con un po' più di attenzione, e comunque, con più onestà [di fronte alla realtà, non alla legge] a vivere e lavorare a Pesaro.
A fine agosto 2001 tutte le procedure sono state seguite e i documenti necessari per la chiamata sono pronti: a questo punto il datore di lavoro deve spedirli via posta al futuro dipendente. Nel nostro caso B. gli ha fatto risparmiare anche il costo della spedizione, si è messo i documenti in tasca ed è partito per Valona. Piccolo problema di routine legale: come fa un clandestino a lasciare l'Italia per poi essere chiamato come regolare dall'Italia? Potrebbe semplicemente presentarsi alla polizia del porto, dichiararsi clandestino e farsi rispedire a casa. Ma ciò non è né utile né piacevole: non è utile perché, se espulso, perde il diritto di essere chiamato regolarmente e non è piacevole perché tradisce cinque anni di tensioni per evitare di essere scoperto. Così l'unica soluzione è continuare il gioco: uscire dall'Italia da clandestino.
Dopo l'11 settembre.
"Esistono gli scafi anche per il ritorno?", ho chiesto divertito a B. Certo che no: ci sono almeno due metodi molto più semplici e soprattutto meno costosi. Uno è comprare con pochissime lire una dichiarazione di smarrimento del passaporto dal consolato albanese di Bari e farsi espellere come sconosciuto, l'altro è offrire il viaggio ad un italiano e chiedergli in cambio di presentarsi due volte, a distanza di qualche ora, alla polizia del porto e farsi dare due fogli di imbarco timbrati [per uscire dall'Italia infatti non timbrano il passaporto].
"Oggi - precisa B. - dopo l'11 settembre non so se sia ancora così facile, ma io ho avuto la fortuna di partire a fine agosto e allora non eravamo ancora potenziali terroristi".
Una volta giunto a Valona, B. ha portato i suoi documenti al consolato italiano e ha aspettato. Aspettato molto, però: dopo l'11 settembre, per "ragioni di sicurezza" i tempi di attesa per le procedure di concessione dei visti sono quasi triplicati, da un mese a due mesi e mezzo.
In quel periodo, B. ha riscoperto una città che non vedeva da più di cinque anni. Valona a volte sembra migliorare e a volte ti chiedi cosa davvero significhi migliorare. Secondo B. è peggiorata, perché ci sono solo otto ore di luce al giorno, perché nei vecchi block di mattoni e cemento di Enver Hoxha l'acqua arriva solo ogni tanto, perché quando c'è l'acqua non c'è elettricità sufficiente per scaldarla, perché i generatori a gasolio costano sempre di più, perché a Valona non c'è più nessuno della sua famiglia, perchè a causa della novità dell'euro la lira italiana e la dracma greca continuano a perdere valore e con loro tutti i risparmi degli emigranti, perché tutti i vecchi amici sono scappati o si sono sposati e perché questa storia della transizione sembra ogni giorno di più una lunga bugia.
È in questa Valona che abbiamo incontrato Arian, un giovane imprenditore albanese che ha invece deciso, dopo anni di lavoro e vita in Italia, di tornare in Albania. Oggi dirige una ditta con otto dipendenti che lavora artigianalmente il legno e produce, formalmente proprio come l'azienda pesarese di B., mobili per case e uffici.
Il capannone di Arian, nuovo, ordinato e perfettamente funzionante, è nel bel mezzo della zona artigianale di Valona, un quartiere dietro la stazione dei treni [quelli con i vagoni in amianto regalati dal nostro umanitario paese], dove le strade non hanno asfalto, le immondizie coprono i marciapiedi ed enormi crateri mostrano al cielo gli odori delle fogne cittadine. Arian, incazzato e tenace, ha tutte le intezioni di insistere nel suo progetto imprenditoriale, lotta perché, sia pure lentamente, lo stato aggiusti le strade e fornisca l'elettricità che oggi solo un grande, frastornante e costosissimo generatore gli permette di avere.
Arian ringrazia l'Italia per avergli insegnato a faticare, progettare e investire. Sembra essere la storia perfetta del migrante caro all'etica delle democrazie europee: lavoratore serio che dopo anni di sacrifici torna nel suo paese e cerca di farlo crescere. Una descrizione quasi del tutto fedele, che però nasconde la storia più viva dell'Arian immigrato. Lui è arrivato in Italia nel '93 grazie alla collaborazione, di certo non gratuita, di tre barche di pescatori e di una nave turca, dopo un viaggio di cinque giorni, potendo mangiare solo un po' di pane e non avendo altro che un piccolo zaino. È stato in Italia, per la precisione a Lagonegro, per un anno in totale clandestinità, lavorando come guardiano di una baita nell'appennino lucano. Un giorno però qualcuno in paese si è lamentato che gli albanesi rubavano lavoro agli italiani e i carabinieri hanno rapidamente attuato i decreti di espulsione.
Un passaporto, un milione
Arian non ha eseguito gli ordini e ha deciso di raggiungere il nord e di costruirsi lì una nuova identità. Nel 1994 è diventato, con solo un milione di lire [tanto costava alla stazione centrale di Milano un passaporto], un profugo della guerra di Bosnia. Non si ricorda nemmeno quale fosse il suo nome e non ha mai visto la faccia del vero proprietario di quel nome, ma sa che nell'arco di poche settimane ha avuto un permesso di soggiorno regolare, un piccolo assegno di assistenza e, soprattutto, la possibilità di essere assunto regolarmente come falegname in uno dei comuni dell'hinterland milanese. È qui che ha vissuto e lavorato fino al 1997, convivendo con la fatica, con gli affitti alti degli appartamenti per immigrati.
"In fondo è uno scambio di favori - sorride Arian nel suo capannone - Io ho sfruttato l'occasione dell'accoglienza fingendomi profugo, e l'Italia ha utilizzato la mia esperienza di falegname e sfruttato i miei affitti. Alla fine credo che ci abbiamo guadagnato tutti e due. L'unica cosa è che mi piacerebbe davvero sapere dov'è, chi è e come sta il vero proprietario della mia ex-identità".
A Valona c'è un Consolato italiano le cui maniere, come B. ci ha raccontato, continuano a peggiorare: "Le persone - racconta - vengono trattate come bambini piccoli, come uomini di una razza inferiore e dispetti e insulti sono all'ordine del giorno, nella grande villa del Consolato. Ci sono due cose che proprio non capisco e non accetto. Guarda qui", e tira fuori dalla tasca del cappotto un foglio di quattro pagine: "Questo è il mio contratto di lavoro. Per ottenerne la convalida bisogna allegare 4 marche da bollo italiane per un valore di lire 18.000. La cosa strana è che le marche da bollo le fornisce direttamente il Consolato e che invece di 18.000 lire le fa pagare 1.400 lek, che con il cambio attuale equivalgono ad almeno 22.000 lire. Ma non è solo questo. Guarda qui sotto", e indica due sue firme in fondo alla terza pagina del contratto: "C'è scritto chiaramente che la seconda di queste firme va fatta davanti ad un Rappresentante dell'Autorità Consolare. Io mi sono presentato davanti al Console per fare 'sta firma e lui mi dice che la firma la devo fare davanti ad un notaio albanese. Perché?, gli chiedo. Perché non ho tempo di stare a controllare tutte le vostre firme, mi risponde infastidito. Io mi sono opposto e gli ho fatto leggere quello che stava scritto nel contratto, che è scritto in burocratese, non in italiano, ma che io per fortuna riesco a capire. Lui ha abbassato la cresta e mi ha fatto fare la firma".
D'altronde, devi sempre avere gli occhi aperti e soprattutto una gran memoria. Ce lo ha spiegato, ancora meglio di B., Albi, una donna albanese che abbiamo incontrato nell'ufficio della ditta, sua e di suo marito, all'undicesimo piano del nuovo Palazzo Omnitel di Padova. Albi ha vissuto per più di due anni da sola nei paesini della Metropoli Inconsapevole, ovvero tutta quell'area di case, cemento, asfalto e capannoni che unisce Padova e Venezia, in una sorta di continuum territoriale senza pensiero ma pieno di azioni. La guardarobiera al "Cotton Club" di Campagna Lupa, la cameriera al "C'era una volta" di Stra e la colf in una casa di Busa di Vigonza: tutto in assoluta clandestinità.
"Sei la Albi di tutti"
"La clandestinità - ci ha spiegato Albi - significa che non sei mai la vera Albi, ma sempre la Albi di tutti: devi inventarti sempre un'identità diversa, raccontare anche parecchie balle e per questo devi avere sempre una grande memoria. Non puoi mai fidarti di nessuno, soprattutto se il novantanove per cento delle persone che conosci parlano solo il dialetto veneto e non sei mai sicura di capire cosa dicono. Chiunque può lasciarsi sfuggire che sei clandestina. Devi aiutarti da sola e il modo migliore per aiutarsi è ascoltare, e soprattutto capire. Io ho capito presto che gli italiani non ne sapevano nulla delle leggi sull'immigrazione: a voi non piacciono tanto gli immigrati, ma se ne conoscete uno e capite che è uno corretto, allora potete anche diventarci amico... solo di lui però, non degli immigrati in genere. Così io cercavo sempre di essere con ognuno una persona diversa, una che andava bene a lui, non una persona per bene in generale. E quando mi chiedevano se ero regolare, io dicevo che avevo un regolare visto turistico di tre mesi, cosa che non esiste.. ma gli italiani non lo sanno".
Albi ci fa vedere, fiera ma non troppo, il suo ufficio, dove ogni giorno lavora insieme al marito italiano, che ha conosciuto e sposato dopo la sanatoria del '96, e con una delle tre sorelle, che alla fine è riuscita a portare a Padova, insieme alla madre.
"Non è stato assolutamente facile il gioco della Albi di tutti: per più di due anni sono stata davvero sola, non riuscendo a fare amiciza con nessuno e avendo sempre l'ansia di dovermi proteggere: nessuno aiuta una ragazza clandestina. Alla fine però è andata bene e oggi mi sto anche costruendo una piccola villa tutta per me, mio marito e mio figlio C.J. [sic]". Dove? a Borgoricco, un altro dei paesini della Metropoli Inconsapevole.
Scendendo dalla nave ormai arrivata in Italia, si parla con B. della nuova legge proposta da Fini e Bossi. "Lo sai cosa prevede questa legge? Prevede che un extracomunitario possa ricongiungersi con i suoi genitori solo se è figlio unico. Io in cinque anni di vita da extracomunitario in Italia non ho mai conosciuto nessun immigrato che sia figlio unico. In Albania abbiamo tutti almeno tre o quattro fratelli".
"E allora, come farai a far venire i tuoi in Italia?", chiedo a B. lasciando che la Finanza controlli il mio zaino". "È semplice: diventerò ufficialmente figlio unico!"
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